Iran: porre fine al regime e al dominio imperialista

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Dicembre 2019 - Gennaio 2020

Da "Lutte de classe" 'n° 253 - Febbraio 2026

La rivolta iniziata il 28 dicembre 2025 con lo sciopero dei commercianti di Teheran per protestare contro l'iperinflazione si è rapidamente estesa a tutto il Paese, coinvolgendo diverse categorie sociali. Come hanno fatto in ogni occasione di contestazione, i leader della Repubblica islamica dell'Iran hanno risposto con una repressione spietata che avrebbe già causato diverse migliaia di morti, forse più di diecimila, e pareva che "l'ordine regnasse a Teheran". Ma, prima o poi, questa dittatura oscurantista e antioperaia finirà per cadere. Da quale regime sarà sostituita? Come possono gli oppressi dell'Iran, che in questi giorni hanno versato il loro sangue, cambiare davvero il loro destino e assicurarsi un futuro migliore?

Questa rivolta, durata dalla fine di dicembre 2025 all'inizio di gennaio 2026, è stata la quarta dall'inverno 2017-2018. Se ciascuna delle precedenti è stata alla fine repressa, al prezzo di migliaia di morti, decine di migliaia di arresti, condanne a anni di carcere e spesso alla pena capitale, questa repressione non ha impedito che ne scoppiassero di nuove. Ogni volta, nuove categorie sociali, a volte le stesse, spinte al limite dalle privazioni, dalla fame, dai salari non pagati, dalle minacce di fallimento o dal nepotismo e dall'arbitrarietà delle autorità, dall'assenza di libertà e di qualsiasi futuro, hanno finito per ribellarsi, pronte a rischiare la vita o la libertà. Tra un movimento e l'altro, le lotte dei lavoratori, di cui ogni battaglia sul terreno economico diventa politica perché si scontra con i dignitari del regime, non sono mai cessate. Nel settore petrolifero, dei trasporti, della produzione dello zucchero, delle fabbriche di trattori, della sanità, dell'istruzione, i lavoratori hanno lottato per ottenere il loro salario, salvare il loro posto di lavoro o ottenere la loro titolarità; i piccoli produttori hanno denunciato quelli che rubano l'acqua e deviano i fiumi fino a prosciugarli; i piccoli risparmiatori, rovinati dai fallimenti causati delle banche locali, hanno manifestato per recuperare i loro risparmi

Questa combattività e questa determinazione non possono che suscitare rispetto. Dimostrano che, per quanto reazionaria e repressiva possa essere, una dittatura non può mai impedire indefinitamente agli oppressi di ribellarsi, e alla fine cadrà sempre. Ma se non si può che augurare che la repubblica islamica venga rovesciata il più rapidamente possibile, la sua caduta non basterebbe a offrire un futuro migliore alle classi popolari dell'Iran, perché agli oppressi non basta rovesciare una dittatura per cambiare il loro destino.

Dalle rivolte contro lo scià a quelle contro l'ayatollah

La popolazione iraniana lo ha sperimentato crudelmente a proprie spese: il regime dei mullah, oggi odiato, è salito al potere nel 1978-1979 appoggiandosi alla rivolta di un intero popolo contro la dittatura filo americana dello scià. Nonostante i sacrifici compiuti, le migliaia di manifestanti uccisi dall'esercito, l'immensa combattività delle classi popolari, il ruolo determinante degli operai, in particolare quelli del petrolio, la rivolta popolare fu incanalata, deviata e disarmata dagli islamisti di Khomeini. Per arrivare al potere, questi approfittò delle illusioni seminate tra i lavoratori e le masse povere dalle organizzazioni di sinistra, che si schierarono dietro l'ayatollah in nome dell'unità contro la monarchia, arrivando persino a presentarlo come il "faro del popolo". Egli approfittò inoltre del sostegno esplicito dei dirigenti imperialisti, incarnati da Carter, Schmidt, Callaghan e Giscard d'Estaing che, durante un incontro in Guadalupa il 5 e 6 gennaio 1979, decisero di abbandonare lo scià e facilitarono il ritorno dall'esilio di Khomeini in modo che potesse assumere la guida dello Stato.

Nato con la pretesa di difendere i poveri dai ricchi e sfruttando i sentimenti anti-imperialisti della popolazione, il regime dei mullah è diventato il difensore spietato dei privilegiati iraniani e allo stesso tempo un elemento dell'ordine imperialista. I due pilastri del regime, i religiosi e i Guardiani della Rivoluzione - i mullah e i pasdaran - predicano la morale alla popolazione, impongono alle donne di indossare il velo e reprimono quelle che si rifiutano di sottomettersi, mentre vivono nel lusso e imitano in privato i costumi occidentali. Gettano la popolazione nella miseria e nelle privazioni, saccheggiando le risorse del Paese e accumulando dollari su conti esteri. Gridano "morte all'America" nei raduni che organizzano, mentre mandano i propri figli a studiare in Nord America e collaborano con gli Stati Uniti per garantire l'ordine in Iraq.

Quarantasette anni dopo la caduta dello scià, il regime fondato da Khomeini rischia oggi di subire la stessa sorte. È indebolito dalle mobilitazioni che si susseguono da dieci anni e che riducono sempre più la sua base sociale, ma anche dall'embargo riattivato nel settembre 2025 dai dirigenti americani ed europei, dalla guerra condotta da Israele contro gli alleati dell'Iran, in Libano e nello Yemen, dalla caduta di Bashar al-Assad in Siria, dalla guerra di dodici giorni condotta nel giugno 2025 da Israele e dagli Stati Uniti.

Queste pressioni e questi interventi militari non hanno ovviamente nulla a che vedere con la difesa della popolazione iraniana, prima vittima degli embarghi e dei bombardamenti. Ci vuole il cinismo di Trump, capo dell'imperialismo e in quanto tale direttamente responsabile delle sofferenze dei popoli, specialmente in Medio Oriente, in Palestina, in Iraq, in Siria, per porsi come salvatore del popolo iraniano. Ciò che i dirigenti dell'imperialismo rimproverano a quelli della Repubblica islamica è di non essere abbastanza sottomessi agli interessi delle loro compagnie petrolifere e dei loro capitalisti. Nonostante queste relazioni tese, condividono lo stesso timore di fronte alle rivolte popolari. Gli uni fanno sparare sul loro popolo, gli altri, in realtà, ne sono complici. Manovrano dietro le quinte per cercare di far emergere un'alternativa al potere di Khamenei, minacciando al contempo un intervento militare.

Qualsiasi soluzione imposta dall'alto, sia con le armi che con tali manovre, qualsiasi uomo provvidenziale che potrebbe essere proiettato sulla scena, che si tratti di Reza Pahlavi, il figlio del defunto scià opportunamente uscito dal suo esilio dorato, un riformatore del tipo di Hassan Rohani in rottura con l'ayatollah Khamenei o un ufficiale superiore dei pasdaran che realizzerebbe un colpo di Stato con il sostegno degli Stati Uniti, avrà l'obiettivo di riportare la popolazione all'ordine per perpetuare il suo sfruttamento e instaurare un regime molto più sottomesso all'imperialismo. È anche questa la dura lezione di tutti i movimenti di rivolta svoltisi nel mondo negli ultimi quindici o vent'anni.

Numerose rivolte, ma con quali prospettive?

Dalle "primavere arabe" del 2011 alle rivolte cosiddette della Gen. Z nel 2025, in Nepal, Madagascar e Marocco, passando per quelle del 2019 in Iraq, Sudan, Libano, Algeria e poi in Bangladesh nel 2024, i popoli non hanno smesso di ribellarsi contro i regimi che li mantengono nella povertà, privandoli di futuro e libertà. Sebbene non siano mai mancati la determinazione e il coraggio, ogni volta queste rivolte hanno portato a situazioni a dir poco deludenti. Quando non sono state represse nel sangue, trasformate in guerre civili in cui le diverse potenze regionali e i loro padrini occidentali hanno gettato benzina sul fuoco, sono state recuperate da un oppositore tornato dall'esilio, un ufficiale o un dirigente del regime che si è presentato come l'uomo provvidenziale, denunciando il dittatore in carica o i politici screditati dal loro passaggio al potere. I vertici dello Stato a volte sono cambiati, ma non il destino degli sfruttati. Lo stesso scenario si è ripetuto all'infinito perché esistono infinite forze politiche pronte a sfruttare e a incanalare questi movimenti, per poi portarli in un vicolo cieco.

Affinché le cose vadano diversamente, affinché l'energia e i sacrifici profusi durante queste rivolte non siano vani, coloro che si ribellano devono trovare una vera direzione politica rivoluzionaria. Finora questa è mancata, e questo vale anche per l'attuale movimento in Iran. Solo dal seno della classe lavoratrice può emergere una tale direzione, con l'obiettivo di assumere consapevolmente la guida della rivolta, con una propria organizzazione e propri obiettivi politici.

Durante i molteplici movimenti di protesta degli ultimi anni, i lavoratori sono sempre stati presenti ma senza apparire realmente come classe. Hanno agito senza la consapevolezza del ruolo fondamentale che possono svolgere per trascinare dietro di sé tutti gli strati oppressi della società, senza la cognizione che, dietro il regime che li opprime, ci sono la borghesia, il sistema capitalista e l'imperialismo nel suo complesso. Perché è l'imperialismo che domina il pianeta, saccheggia ovunque le ricchezze prodotte dai lavoratori per garantire i profitti dei gruppi capitalisti più potenti e sostiene ovunque regimi dittatoriali per asservire i popoli.

L'aspirazione elementare a nutrire la propria famiglia, ad avere un tetto sopra la testa, a non subire più la legge delle bande armate, l'aspirazione alle libertà democratiche, al diritto di vivere come si vuole e di esprimersi come si vuole, in tutti i paesi saccheggiati dall'imperialismo si scontra con un muro. Soddisfare questa aspirazione era già impossibile all'epoca delle rivoluzioni anticoloniali, negli anni '50-'60, quando l'economia capitalista mondiale era in una fase di relativo sviluppo. Lo è ancora meno nel presente periodo di grave crisi economica, durante il quale la rivalità tra capitalisti per spartirsi il plusvalore intensifica ovunque la guerra di classe contro i lavoratori, conduce alla guerra tout court e porta al potere regimi autoritari, anche nelle vecchie potenze imperialiste.

Il destino degli sfruttati non può cambiare in modo sostanziale finché durerà il dominio della borghesia sul pianeta. Ma questo dominio non è una fatalità. Si basa sullo sfruttamento di centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo. Questi lavoratori sono concentrati per le esigenze del capitale. Sono collegati tra loro dai mille legami della produzione e dell'economia capitalistiche. I lavoratori dell'Iran, quelli del vicino Golfo arabo-persico, del Medio Oriente, dell'Africa, dell'Asia centrale, così come i lavoratori delle metropoli imperialiste, formano un'unica classe operaia internazionale.

In Iran e altrove, la forza della classe operaia

In Iran, grazie alla sua industria sviluppata, la classe operaia è numerosa, spesso concentrata in grandi complessi industriali. Ha dimostrato più volte di essere una forza capace di iniziativa. Nel 1978-1979, la mobilitazione e gli scioperi dei lavoratori sono stati decisivi per rovesciare lo scià. In molte fabbriche, in particolare nel settore petrolifero, i lavoratori avevano creato degli sciurà, dei consigli operai, per organizzarsi e difendersi dall'esercito. Ma mentre le organizzazioni che godevano della fiducia dei lavoratori presentavano Khomeini come un uomo della loro parte, nessuna di esse si è battuta affinché questi consigli operai diventassero una direzione politica alternativa ai dirigenti islamisti. Negli anni successivi, Khomeini li ha sciolti, dopo aver vietato gli scioperi e aver fatto assassinare i militanti operai.

In tutti questi ultimi anni, in vari grandi settori industriali del paese, come quelli dello zucchero, del petrolio, dei trasporti e della metallurgia, la classe operaia ha saputo far emergere dalle sue file, nonostante la dittatura, militanti capaci di aiutarla a combattere lo sfruttamento e a organizzarsi costruendo sindacati clandestini, comitati di sciopero o consigli dei lavoratori nelle fabbriche alle prese con la privatizzazione e piani di licenziamento, come lo zuccherificio di Haft Tapeh e l'acciaieria di Ahvaz.

Nel movimento in corso, una dichiarazione firmata dai consigli operai di tre fabbriche di Arak, capitale della provincia di Markazia, è stata diffusa da un giornale comunista turco. Se non si sa nulla della realtà di questi consigli operai di Arak, questo appello indica che, almeno a livello locale, alcuni militanti cercano di organizzare i lavoratori su una base di classe. Il testo afferma: "Le nostre fabbriche sono la casa di tutti noi" e invita gli abitanti a creare consigli di quartiere "per organizzare la sicurezza e l'approvvigionamento", prima di concludere: "Il regno dei padroni e dei mullah è finito". Introduce anche una questione cruciale, quella della difesa fisica della popolazione dalle forze armate, rivolgendosi ai loro membri affinché "non siano gli assassini dei loro padri" e presentando le fabbriche come luoghi sicuri per gli abitanti dei quartieri popolari.

Di fronte a un regime che spara sulla propria popolazione con armi da guerra, la questione dell'armamento del popolo si pone inevitabilmente. Nel gennaio 1905, dopo che lo zar di Russia aveva fatto sparare su una manifestazione pacifica degli operai di San Pietroburgo, Lenin scriveva: "Prima il proletariato riuscirà ad armarsi, più a lungo manterrà le sue posizioni di combattimento, le sue posizioni di sciopero rivoluzionario, e più rapidamente vedremo cedere le truppe, più troverà tra i soldati uomini che finalmente capiscono ciò che stanno facendo, schierandosi con il popolo contro i malfattori, contro il tiranno, contro gli assassini degli operai indifesi, delle loro mogli e dei loro figli".

Ma se la questione dell'armamento è essenziale, non può essere separata da quella della direzione politica del movimento. Nel 2011 in Siria, di fronte alla violenta repressione delle manifestazioni da parte del regime, sono rapidamente comparse delle armi, ma sono rimaste nelle mani di milizie di varia obbedienza e la rivolta popolare è sfociata in una guerra civile di cui la popolazione è stata la principale vittima. La questione più fondamentale è quella della direzione politica. Se i consigli operai si diffondessero in Iran - come è avvenuto nel 1979, ma di cui oggi non abbiamo il minimo indizio - la questione sarebbe allora quella di dotarsi di un organismo in grado di diventare una direzione politica, di porsi alla testa della rivolta contro tutte le forze sociali e le tendenze ostili, che possono andare dagli islamisti in rottura con il regime agli agenti dell'imperialismo, senza dimenticare le tendenze centrifughe provenienti da organizzazioni che si appoggiano alle varie minoranze nazionali che compongono l'Iran. Ciò presuppone l'esistenza di un'organizzazione comunista, rivoluzionaria e internazionalista in grado di difendere a tutti i costi questa politica.

La rivoluzione russa del 1917 ha "sconvolto il mondo" perché il Partito bolscevico ha lottato per nove mesi contro tutti gli altri partiti, affinché i consigli operai, i soviet istituiti spontaneamente dagli operai e dai soldati nel febbraio 1917, prendessero tutto il potere e abbattessero il vecchio apparato statale. Affinché le rivolte dei popoli non finiscano tragicamente una dopo l'altra, ma sfociano in vere e proprie rivoluzioni, è necessario che rinascano partiti che si basino sull'esperienza bolscevica e su un'internazionale comunista e rivoluzionaria.

14 gennaio 2026