Nonostante le bombe sganciate sull'Iran per cinque settimane, Trump e il suo alleato Netanyahu non sono riusciti né a sottomettere questo Paese di 90 milioni di abitanti né a far cadere la Repubblica islamica, che si è dotata di un potente strumento di pressione assumendo il controllo dello stretto di Ormuz. Il 17 giugno a Versailles, Trump ha firmato un accordo con i leader iraniani che questi possono presentare come una vittoria del loro Paese, ma che, soprattutto, apre la strada a nuove trattative. Anche se queste dovessero risolversi in un accordo simile a quello firmato da Obama nel 2015, la tregua rimarrebbe precaria e temporanea, poiché l'imperialismo americano non può rinunciare a sottomettere i paesi che resistono al suo dominio.
Gli Stati Uniti si sono ritrovati in Iran in una situazione stagnante dalla quale faticano a uscire. Hanno trascinato i loro alleati del Golfo in una guerra di cui questi ultimi hanno subito in prima linea le conseguenze disastrose per le loro entrate, la loro immagine internazionale e la loro sicurezza. Il blocco dello stretto di Ormuz ha aggravato il caos economico mondiale. Il Qatar, ad esempio, garantiva un terzo della produzione mondiale di elio indispensabile per la fabbricazione dei semiconduttori. Dopo i bombardamenti agli impianti deli gas, la capacità produttiva dei microchip è a rischio. Per quanto riguarda i fertilizzanti azotati, sottoprodotti dell'estrazione petrolifera, un quarto del consumo mondiale è rimasto bloccato nel famoso stretto, il che «minaccia l'approvvigionamento alimentare mondiale», secondo la FAO. Tutte le contraddizioni del sistema si aggravano, rafforzando la concorrenza tra capitalisti e le rivalità tra gli Stati, sullo sfondo della minaccia permanente di un crollo borsistico e finanziario.
Ancora una volta, la guerra in Iran dimostra che non basta sganciare tonnellate di bombe su un paese, anche le più sofisticate, le più potenti e le più costose al mondo, per sottomettere un popolo, abbattere un regime o prendere il controllo di un paese. Dal Vietnam all'Iraq, includendo l'Afghanistan, l'esercito americano ne ha subito le conseguenze negative numerose volte. Ma questi ripetuti fallimenti non hanno mai modificato, nella sostanza, la politica dei leader americani, siano essi democratici o repubblicani. Al contrario, li hanno spinti ad aumentare le loro capacità militari. Anche questa volta accadrà la medesima cosa.
Una corsa sfrenata verso la guerra
Il dominio dell'imperialismo americano si basa sulla sua potenza economica, sulla ricchezza delle sue imprese e delle sue banche, sul ruolo del dollaro nell'economia mondiale, sull'attrattiva che gli Stati Uniti esercitano sul mondo, sui suoi punti di appoggio all'interno degli Stati e delle classi privilegiate del pianeta. Il capitale americano domina i settori più redditizi dell'economia capitalista, in particolare quello dell'informatica, dove aziende come Nvidia, Apple, Google, Amazon e Oracle stanno attualmente battendo record in Borsa. Otto delle dieci aziende con la maggiore capitalizzazione di mercato sono americane.
Questa potenza economica è il risultato dell'accumulazione, da parte del capitale statunitense, delle ricchezze prodotte dagli sfruttati di tutto il pianeta. Questo implica difendere e riaffermare incessantemente il dominio americano sul mondo, il che richiede il mantenimento della massima potenza militare. Il bilancio militare statunitense - 1 000 miliardi di dollari all'anno - supera quello complessivo di Cina, Giappone, India, Russia, Germania, Francia, Regno Unito e Italia.
Oggi il capitalismo è affetto da senilità e, da cinquant'anni, è immerso in una crisi che ha generato una speculazione e una finanziarizzazione di livelli mai raggiunti prima. La crescita ristagna, i mercati redditizi si riducono: più si inasprisce la concorrenza tra le potenze capitalistiche, più la borghesia statunitense deve assicurarsi mercati, rotte commerciali e l'accesso alle materie prime essenziali (petrolio, gas, terre rare e altri minerali...), privandone, al contempo, i propri concorrenti. Ciò spinge l'imperialismo americano ad assumere un atteggiamento più offensivo che mai: nei confronti degli imperialisti di secondo ordine, che gli sono subordinati ma comunque rimangono concorrenti da indebolire; nei confronti dei paesi che, attraverso la loro storia, hanno acquisito i mezzi per tenergli testa, come la Russia di Putin, l'Iran dei Pasdaran e soprattutto la Cina, la cui ascesa economica rappresenta una minaccia per i capitalisti americani.
Di fronte a loro, la borghesia statunitense non ha altra scelta che mantenere con ogni mezzo l'egemonia che ha acquisito nel corso di un processo durato più di un secolo, anche a rischio di far precipitare il mondo in una nuova guerra. Ecco perché la politica del «bastone» messa in atto da Trump non è la semplice gesticolazione di un miliardario megalomane o manipolato: per quanto avventurista possa essere, essa corrisponde fondamentalmente alle esigenze dell'imperialismo americano.
L'emergere dell'imperialismo americano
Molto prima di raggiungere la fase imperialista, la borghesia, emersa in Europa nelle fessure della società feudale, si è sviluppata «sudando sangue e fango da tutti i pori»¹, saccheggiando il mondo, sfruttando uomini e donne, frantumando imperi talvolta millenari, scardinando gli antichi rapporti di produzione. Passati progressivamente sotto il controllo di un numero ristretto di gruppi industriali e bancari, si sono contesi il mondo una manciata di Stati borghesi diventati imperialisti - in primo luogo la Gran Bretagna e la Francia, seguite dalla Germania, dall'Italia e, più tardi ancora, dagli Stati Uniti in America e poi dal Giappone in Asia. Per vendere le loro merci, estrarre le materie prime e investire i loro capitali, hanno tracciato confini, instaurato o rovesciato regimi. Hanno organizzato l'economia mondiale secondo i mercati dei loro capitalisti, deformando irrimediabilmente le economie dei paesi dominati, creando isolotti di ricchezza e sviluppo in un oceano di miseria.
Sviluppatasi più tardi rispetto alle altre, su un vasto territorio che non aveva mai conosciuto la frammentazione della vecchia Europa, colonizzata sterminando la popolazione autoctona, sfruttando gli schiavi di origine africana e i migranti provenienti dall'Europa, la borghesia americana si è progressivamente imposta sulle altre. Con il pretesto di restituire « l'America agli americani » (James Monroe), gli Stati Uniti hanno, dapprima, cacciato le prime potenze coloniali dal continente, hanno assunto il controllo di Cuba e Porto Rico presentandosi come liberatori durante la guerra ispano-americana (1898). Hanno tirato fuori « il grosso bastone » (Theodore Roosevelt) per staccare Panama dalla Colombia (1903), prima di costruirvi un canale (inaugurato nel 1914) che apriva una via marittima essenziale per gli affari e la marina statunitensi, per il commercio est-ovest degli Stati Uniti e poi quello verso la Cina e l'Asia. Affermando di volersi impadronire del Panama, del Venezuela, di Cuba, ma anche del Canada o Groenlandia, Trump non fa altro che riallacciarsi al crudo discorso dei suoi lontani predecessori.
Poiché il pianeta era già ripartito e i paesi arrivati in ritardo erano stati esclusi dalla mangiatoia, le potenze imperialiste hanno costretto i propri popoli a combattersi gli uni contro gli altri per ridividersi il mondo secondo i nuovi rapporti di forza. Tra il 1914 e il 1945 ci sono volute due guerre mondiali, distruzioni incommensurabili e oltre 100 milioni di morti perché emergesse un nuovo ordine imperialista destinato a durare diversi decenni.
Ma queste due guerre sono state intervallate da un'ondata rivoluzionaria che ha messo a confronto la borghesia e la classe operaia, quella classe di proletari in cui Marx ed Engels avevano riconosciuto i «becchini della borghesia». Nel 1917, gli operai, alleati ai contadini, riuscirono a conquistare il potere nell'impero zarista in modo duraturo, incoraggiando rivoluzioni in diversi paesi d'Europa e persino in Cina. Sebbene la borghesia sia arrivata a consolidare il proprio potere, dopo numerosi sconvolgimenti, e a ripristinare il proprio dominio, tranne che nell'URSS che rappresentava un sesto del globo, la rivoluzione d'ottobre ha davvero «scosso il mondo» e offerto un modello e una speranza a milioni di oppressi per diversi decenni.
Gli Stati Uniti sono emersi da quel periodo di guerre mondiali, rivoluzioni e sconvolgimenti politici come la principale potenza imperialista. Sebbene la loro popolazione abbia pagato un prezzo in termini di vite umane - ma molto inferiore a quello di tutte le altre parti belligeranti, con 400 000 morti su 80 milioni di vittime del secondo massacro mondiale - gli Stati Uniti ne sono usciti senza aver subito occupazione né bombardamenti né la distruzione della loro industria e delle loro infrastrutture, con una moneta che è diventata per decenni il metro di riferimento monetario internazionale, con un notevole vantaggio tecnologico e scientifico.
Dopo il 1945, gli Stati Uniti hanno continuato ad estendere il proprio dominio sulle potenze secondarie. Con il Piano Marshall, la ricostruzione dell'Europa è avvenuta sotto l'egida e a vantaggio della borghesia americana. Sebbene quelle britannica e francese abbiano tentato di mantenere saldamente il controllo dei propri possedimenti coloniali, presto ne furono scacciate, sia per le rivolte anticoloniali sia per le manovre dell'imperialismo americano che si presentava come paladino della libertà dei popoli e dell'anticolonialismo per meglio strumentalizzarli.
In Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno preso il posto della Gran Bretagna incoraggiando la creazione dello Stato di Israele nel 1948, organizzando nel 1953 il colpo di Stato in Iran contro Mossadegh, che aveva osato nazionalizzare il petrolio iraniano, e fungendo da arbitri nel 1956 durante la crisi di Suez. Sia in Asia che in Africa, fin dalla fine della guerra, gli Stati Uniti hanno approfittato di ogni evento per rafforzare la propria posizione, anche a scapito dei loro presunti alleati, tanto che il segretario di Stato americano Henry Kissinger (1923-2023), mai a corto di cinismo, affermò: «Essere nemici dell'America può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale».
Ecco perché, nonostante le loro prese di posizione e le loro manovre, Stati come Francia, Germania, Regno Unito, Italia oppure Giappone rimangono subordinati agli Stati Uniti. Volenti o nolenti, le borghesie dei paesi imperialisti di secondo ordine finiscono sempre per sottomettersi e allinearsi, poiché non hanno i mezzi per fronteggiare gli Stati Uniti., Subiscono misure di ritorsione, rischiano di essere escluse dal loro mercato o di pagare decine di miliardi di dollari di multe per il mancato rispetto di un embargo imposto da Washington. Nella lotta per i mercati e le risorse, questi Stati cercano di salvaguardare gli interessi dei rispettivi capitalisti raccogliendo le briciole lasciate dagli Stati Uniti.
Così, nella guerra che in Ucraina oppone le potenze della NATO alla Russia di Putin, gli Stati Uniti sono i principali vincitori. Questa guerra ha indebolito i capitalisti europei, e in primo luogo quelli tedeschi, privati del gas russo. Le imprese americane si sono aggiudicata la fetta più grande dei terreni, delle miniere, delle fabbriche e delle banche ucraine, così come delle vendite di armi. Ma, per salvaguardare gli interessi di Dassault, Bouygues, Crédit Agricole e delle loro controparti inglesi o tedesche, Macron, Starmer o Merz, esclusi dai negoziati tra Trump e Putin, si mostrano alleati incondizionati di Zelensky.
Un'egemonia costantemente contestata
L'imperialismo americano non è certo onnipotente. Dal 1945, di fronte alle incessanti contestazioni ha sempre cercato di mantenere la sua egemonia con la forza delle armi. Si è scontrato con la resistenza dei popoli insorti contro il suo dominio e i suoi saccheggi, a cominciare dal popolo vietnamita, la cui lotta ha provocato, di riflesso, potenti rivolte tra i giovani e la frazione nera del proletariato americano. Si è scontrato con la resistenza degli Stati che erano riusciti a conquistare una certa base sociale e una relativa indipendenza rispetto all'imperialismo.
Per diversi decenni, la principale opposizione a questa egemonia è venuta dall'Unione Sovietica. Anche se dalla fine degli anni '20, non rappresentava più gli interessi della classe operaia, sulla quale esercitava una feroce dittatura, la burocrazia sovietica era a capo di un vasto territorio e di un sistema economico che sfuggiva allo sfruttamento dei capitalisti occidentali. Tale burocrazia aveva dimostrato più volte la propria determinazione a difendere l'ordine sociale esistente, ovvero quello imperialista, impedendo o tradendo le rivoluzioni, coalizzandosi con gli Alleati contro la Germania hitleriana e poi organizzando, insieme agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, il mantenimento di tale ordine durante le conferenze di Teheran (1943), di Jalta (febbraio 1945) e Potsdam (luglio 1945).
Poi, non appena il timore di una potenziale ondata rivoluzionaria generata dalla guerra fu scongiurato, riprese la rivalità tra la borghesia imperialista e i burocrati sovietici. Tre anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il mondo precipitò nella guerra fredda. Passando attraverso il blocco di Berlino nel 1948, la crisi dei missili a Cuba nel 1962, e ancor più durante la guerra di Corea tra il 1950 e il 1953, che, di fatto, mise a confronto la Cina e gli Stati Uniti provocando la morte di quasi un milione di persone, questa guerra fredda ha raggiunto diversi livelli di estrema tensione, senza mai evolversi in una nuova guerra mondiale che nessuno dei due blocchi desiderava.
Per quarant'anni, nonostante gravi tensioni, le due superpotenze hanno fatto rispettare «l'ordine di Jalta». Ciascuna ha fatto da gendarme nella propria zona, ovvero ha soprattutto represso ogni minima rivolta operaia, combattuto i movimenti di emancipazione o i governi non abbastanza sottomessi, lasciando che l'altra potenza agisse a suo piacimento nella propria sfera d'influenza. Durante quegli anni, segnati da profonde rivolte anticoloniali, ma anche dalle guerre fomentate dall'imperialismo per reprimere o indebolire tali rivolte, alcuni paesi un tempo colonizzati o semicolonizzati hanno conquistato l'indipendenza o rovesciato la dittatura filo-americana. Sebbene nessun paese sia riuscito a sfuggire in modo duraturo al saccheggio imperialista, alcuni sono riusciti parzialmente ad emanciparsi dagli Stati Uniti grazie alla base sociale che si erano conquistata, alle loro dimensioni o alle loro risorse petrolifere, oppure perché, nel contesto della guerra fredda, avevano ottenuto un sostegno diplomatico ed economico dall'URSS. Persino la piccola isola di Cuba è riuscita a resistere al suo potente vicino grazie al sostegno sovietico, dopo essersi liberata dalla dittatura filoamericana di Batista. Più di sessant'anni dopo, anche se i cubani non rappresentano più alcuna minaccia per la borghesia americana, Trump vuole ancora costringerli a pagare a caro prezzo il loro rifiuto di sottomettersi.
Dopo il crollo dell'URSS, apparso nella guerra fredda come la vittoria degli Stati Uniti al punto che i più zelanti apologeti del capitalismo avevano proclamato « la fine della storia » (2), il dominio americano poteva sembrare incontrastato. Immediatamente, i paesi della NATO, gli Stati Uniti al primo posto, hanno cercato di sottomettere alla propria influenza il territorio dell'ex Unione Sovietica, saccheggiandone le risorse naturali, installando basi militari, integrando i paesi baltici nella NATO e manovrando per mettere le mani sull'Ucraina. È stata proprio questa pressione costante a spingere Putin, principale rappresentante degli interessi dei burocrati e degli oligarchi russi, a invadere l'Ucraina nel 2022 per marcare il proprio territorio. Dopo centinaia di migliaia di perdite umane e vite distrutte, devastazioni e sofferenze indicibili per ucraini e russi, Trump e Putin hanno rivelato il loro vero obiettivo: negoziare, nell'ombra o alla luce del sole, per spartirsi le ricchezze dell'Ucraina. Questa guerra fratricida si protrae perché ciascuno di questi briganti cerca di accaparrarsi la propria parte dei profitti. Putin ha più da perdere, sia perché i leader imperialisti hanno più volte calpestato le promesse fatte ai capi del Cremlino dopo il 1991, sia perché un «guadagno» troppo esiguo dopo oltre quattro anni di guerra potrebbe costargli la perdita del potere in Russia.
Qualche anno prima della scomparsa dell'URSS, la contestazione del dominio imperialista era partita dall'Iran, dove i mullah di Khomeini avevano incanalato e guidato una profonda rivolta popolare contro la dittatura filoamericana dello scià. Dieci anni dopo, l'iracheno Saddam Hussein, che i leader imperialisti avevano spinto a dichiarare guerra alla Repubblica islamica dell'Iran, invase il Kuwait, quell'emirato i cui confini erano stati tracciati dagli inglesi attorno a un vasto giacimento petrolifero. La risposta militare decisa dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti per punire questo crimine di lesa imperialismo ha dato inizio a tre decenni di guerre e caos dai quali il Medio Oriente non è mai uscito. Paesi interi - Iraq, Afghanistan, Siria, Libano - sono stati devastati, balcanizzati in base all'etnia o alla confessione religiosa; le loro popolazioni sono state uccise, mutilate, ridotte alla fame e riportate indietro di decenni.
Queste guerre americane hanno direttamente dato origine e alimentato Al-Qaeda e poi lo Stato Islamico (Daesh), che hanno imposto i loro metodi barbari ai popoli del Medio Oriente prima di espandersi in Africa e altrove. Hanno dato vita a generazioni di giovani inferociti che non vedono altra via d'uscita se non quella di unirsi alle file dei gruppi jihadisti o a quelle di apparati politico-militari come Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano o gli Houthi nello Yemen. Attaccando l'Iran e sostenendo senza riserve il suo alleato Netanyahu, non tenendo conto dei massacri commessi dall'esercito israeliano, Trump ha finito per seguire le orme di Clinton, Bush padre e figlio, Obama, Biden e dei suoi predecessori alla Casa Bianca. Difendendo un ordine sociale barbaro e senza futuro, i successivi capi dell'imperialismo sanno adottare solo metodi brutali che alimentano guerre senza fine.
Da circa un decennio, la Cina appare come la concorrente e la rivale più seria della borghesia imperialista. Questo è il risultato della sua storia particolare. Saccheggiata e smembrata dalle grandi potenze fin dal XIX secolo, si è liberata dal loro dominio durante la rivoluzione borghese del 1949, che ha mobilitato massicciamente i contadini sotto la guida dell'apparato politico-militare del PCC guidato da Mao. Da essa è nato uno Stato forte e centralizzato. Sotto embargo per venticinque anni, il Paese si è strutturato in opposizione alle pressioni dell'imperialismo. Quando infine, a metà degli anni 70, l'imperialismo lo ha reintegrato nel mercato mondiale in qualità di subappaltatore, lo Stato cinese ha messo i propri lavoratori a disposizione dei capitalisti occidentali. Ma aveva anche la forza di impedire il saccheggio che era la norma nella maggior parte dei paesi del mondo.
Il controllo dell'economia da parte dello Stato cinese ha permesso lo sviluppo di grandi imprese nazionali. Ostacolate dai limiti del mercato interno, queste imprese, sotto l'egida e il controllo dello Stato, si sono orientate verso il mercato internazionale. Pur rimanendo un paese povero sotto molti aspetti, la Cina, forte di una popolazione che rappresenta un quinto dell'umanità, è diventata un serio antagonista degli Stati Uniti. Ma, diversamente da tutta la propaganda, i due paesi non si muovono allo stesso modo nei loro scontri. L'imperialismo americano si è arricchito estorcendo il plusvalore dei lavoratori di tutto il pianeta. È costantemente pronto all'offensiva per impedire che vaste aree gli sfuggano. Lo Stato cinese, e dietro di esso la sua borghesia, sono in posizione difensiva. Ciò è evidenziato sul piano militare, dal comportamento della Cina che non è coinvolta in alcuna guerra dal 1979 e non invia portaerei al largo della California.
Almeno a partire dalla presidenza di Obama, all'inizio degli anni 2010, gli Stati Uniti hanno tenuto la Cina nel mirino. Stanno riorganizzando l'intero sistema militare e la rete delle loro alleanze per circondarla e tentare di isolarla. Moltiplicano gli intervento aero-navali nel Mar Cinese, costringendola a sua volta a potenziare l'esercito e la marina militare. Stanno alimentando le tensioni intorno a Taiwan. Da entrambe le parti, ci si sta avviando verso lo scontro militare e i dirigenti politici occidentali preparano le loro popolazioni a questa eventualità.
Militarizzazione accelerata
Le difficoltà incontrate da Trump in Iran dimostrano che gli Stati Uniti sono ben lontani dall'essere in grado di fare la guerra a una potenza come la Cina. Diverse settimane di bombardamenti intensivi - aggiunti a quelli dell'esercito israeliano equipaggiato dagli Stati Uniti - hanno dimostrato che l'industria americana non produce bombe, missili e altri droni con la stessa rapidità con cui vengono lanciati contro le infrastrutture e gli edifici del Medio Oriente. Secondo una stima del Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS), gli Stati Uniti hanno utilizzato quasi la metà delle loro scorte di missili di precisione e la metà dei loro intercettori di missili.
Ecco perché Trump chiede che il bilancio militare venga aumentato di 500 miliardi di dollari l'anno prossimo, con un incremento di quasi il 50 %. Ma non c'è garanzia che i principali produttori di armi che assorbono una quota significativa di questo bilancio, come Lockheed Martin, RTX o Northrop Grumman, siano pronti a rispondere alla domanda di armamenti. Nel 2023, secondo i dati dell'agenzia Bloomberg, Lockheed Martin e RTX avevano destinato 19 miliardi di dollari al riacquisto di azioni proprie, e solo 4,1 miliardi di dollari agli investimenti. L'industria degli armamenti non sfugge alla finanziarizzazione e al carattere sempre più parassitario del capitale.
A prescindere dalla questione degli armamenti, Trump è costretto a negoziare con i Pasdaran perché non ha i mezzi politici per sferrare un'offensiva terrestre in Iran. Un simile sbarco comporterebbe il dispiegamento di decine o addirittura centinaia di migliaia di soldati, con le perdite umane che ne conseguirebbero. Anche senza prendere in considerazione una simile offensiva, la popolazione americana si oppone massicciamente a questa guerra che fa impennare i prezzi.
Ostacoli e resistenze di questo tipo erano già esistiti prima di ciascuna delle guerre mondiali, ma non fermeranno i leader americani, né quelli delle altre potenze. Nonostante non si conoscano le tappe e i tempi che precedono una nuova guerra generale e quali saranno le alleanze tra i belligeranti, coloro che governano il mondo stanno preparando apertamente un simile conflitto. Non lo nascondono, aumentano ovunque i bilanci militari - 2 500 miliardi di dollari nel 2025, un aumento costante da dieci anni. Ovunque stanno iniziando a preparare gli animi alla guerra. Per accelerare la preparazione delle popolazioni, sono pronti a drammatizzare ogni evento. Possono mentire, come hanno fatto nel 2003 con le presunte armi di distruzione di massa in Iraq. Possono far credere di intervenire in difesa della pace o della libertà di un popolo, ieri gli ucraini, domani gli abitanti di Taiwan. E annienteranno coloro che non accetteranno di sottomettersi.
Decine di milioni di donne e uomini sono già coinvolti in una guerra imperialista che minaccia il futuro dell'intera umanità. L'unica forza in grado di scongiurare la catastrofe è la classe dei lavoratori, indispensabile al funzionamento dell'intera società ma anche della produzione militare. Non è mai stata così numerosa nel mondo e, nonostante i confini, è unita dai legami della divisione internazionale del lavoro. Solo questa classe potrà strappare il potere dalle mani di una manciata di grandi capitalisti che detiene il vero potere. Le guerre hanno regolarmente generato rivoluzioni. Affinché questo programma diventi realtà, è necessario che donne e uomini tengano alta la bandiera del comunismo.
15 giugno 2026
1 - Il Capitale, Karl Marx.
2 Titolo di un libro di Francis Fukuyama pubblicato nel 1992
Articolo tradotto da "Lutte de classe" n° 257 - Luglio-Agosto 2026