La Cina nel mirino degli Stati Uniti

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14 Maggio 2026

Gli Stati Uniti hanno annunciato per il 14 giugno un protocollo d'intesa con l'Iran, contro il quale sono in guerra dal 28 febbraio. Nulla garantisce che tale accordo, i cui contorni rimangono vaghi, venga effettivamente concluso. Ma è evidente che, al di là di questo scontro, l'imperialismo americano, sotto la guida di Trump, voglia riaffermare la propria supremazia su scala mondiale. La guerra contro l'Iran fa parte di questa offensiva, mirante, in questo caso, a far rispettare la legge degli Stati Uniti in un Medio Oriente in cui essi intendono mantenere una posizione dominante. Ma al di là di questa guerra, oggi il principale ostacolo al dominio mondiale americano sembra essere la Cina.

Il 14 e il 15 maggio, Donald Trump era a Pechino per un vertice con Xi Jinping. Secondo un giornalista, il Presidente cinese si è potuto permettere il lusso di chiedere a Trump se gli Stati Uniti fossero pronti a evitare la «trappola di Tucidide», una situazione di conflitto tra una potenza emergente, la sua, e una consolidata, quella di Trump, che, infatti, potrebbe sfociare in una guerra. E in effetti sono una realtà l'ascesa della Cina negli ultimi quarant'anni, la penetrazione dei suoi capitali nei mercati internazionali e la sua trasformazione, anche se solo in parte, da «officina del mondo» a concorrente delle aziende occidentali. Dietro i sorrisi diplomatici, l'imperialismo americano ha già compreso da diversi anni che lo Stato cinese non solo è sufficientemente solido per resistere alla sua pressione sul mercato interno, ma è ormai abbastanza forte da aiutare le proprie imprese nazionali a conquistare mercati in Medio Oriente, in America Latina o in Africa.

Un vasto territorio, una popolazione numerosa, uno Stato centralizzato e dirigista

L'ascesa della Cina negli ultimi anni si spiega in gran parte con la potenza del suo Stato, uno Stato borghese che si appoggia a 1,4 miliardi di abitanti e al 7,2 % delle terre emerse del globo, il che gli conferisce una forza e mezzi di prim'ordine. Tuttavia le dimensioni della Cina non avrebbero grande importanza se non fosse amministrata da uno Stato forte e centralizzato, per di più costruito per proteggerla dalla pressione dell'imperialismo, dopo la rivoluzione del 1949, e che quest'ultimo non è ancora riuscito a sottomettere né a controllare.

Nel XIX secolo, la Cina fu integrata con la forza nel mercato mondiale, smembrata dalle potenze occidentali. Iniziò così il «secolo dell'umiliazione». Solo nel 1949 la rivoluzione nazionale guidata dal Partito Comunista Cinese (PCC) sotto la direzione di Mao Zedong pose fine allo smembramento del Paese. Ma non fece cessare la pressione imperialista. Lo Stato cinese si è costruito dagli anni '50 ad oggi in opposizione all'imperialismo occidentale. È questa storia che spiega le sue caratteristiche attuali.

La rivoluzione del 1949, qualunque cosa ne dicano i sostenitori di Mao e del suo regime, fu di natura borghese. La classe operaia non si era ancora ripresa dalla repressione subita nel 1927 e si limitò a fare da spettatrice. La rivoluzione, guidata dal PCC - diventato di fatto un partito nazionalista, composto da quadri provenienti soprattutto dagli ambienti intellettuali borghesi - per sconfiggere le truppe di Chiang Kai-shek sostenute dall'imperialismo americano, si appoggiò a una profonda rivolta contadina. Ma anche la borghesia, per quanto debole fosse in quel paese immenso, si era allora allontanata dal regime di Chiang Kai-shek, completamente corrotto e inefficace. Così un'intera frazione della borghesia poteva ritrovarsi nella quarta stella della bandiera del PCC, quella che simboleggia la borghesia patriottica. La rivoluzione realizzò una parte dei compiti democratici allora all'ordine del giorno unificando il Paese, liberando i contadini dai loro debiti e dalla quasi-servitù a cui erano sottoposti, cacciando i signori feudali e l'imperialismo. La proprietà capitalista non fu intaccata. Solo l'isola di Taiwan, diventata il rifugio di Chiang sotto la protezione americana, rimase al di fuori di questa rivoluzione.

Dopo il 1949, il PCC dovette ricostruire lo Stato pur subendo l'embargo dell'imperialismo. Ben presto questo Stato borghese dovette funzionare senza la borghesia, che vedeva solo i propri interessi immediati e l'embargo imposto dagli Stati Uniti. Gli sforzi che il PCC richiedeva loro convinsero ben presto i capitalisti cinesi, presentati da Mao come patrioti, a trasferire i propri affari all'estero, a cominciare da Hong Kong, Taiwan e Macao. Alcuni di loro rimasero sul posto per rappresentare gli interessi delle loro famiglie e si integrarono nell'apparato statale. Spettò a quest'ultimo amministrare l'economia nella sua quasi totalità fino alla fine degli anni '70. Solo nel 1972, su iniziativa del loro presidente Richard Nixon, gli Stati Uniti decisero di porre fine all'isolamento della Cina. Quest'ultima si aprì nuovamente ai capitali stranieri. Una parte dei capitalisti cinesi emigrati fece rientro dall'estero per fare affari sotto il controllo dello Stato cinese e le classi dirigenti di esso si appropriarono di interi settori dell'economia. Così, diversamente da quanto accaduto in molti paesi imperialisti, la borghesia non fece dello Stato lo strumento del proprio dominio interno e della propria espansione all'estero e la dirigenza politica alla guida dello Stato e del PCC impose le proprie regole e i propri interessi, anche alla rinata borghesia cinese. È questa particolarità, frutto della sua storia, che ha permesso alla Cina di non essere smembrata quando si è riaperta ai capitali stranieri dopo la visita di Nixon, poi dopo la morte di Mao nel 1976, e quando è rientrata pienamente nel mercato mondiale negli anni '90, fino ad essere ammessa al WTO all'inizio degli anni 2000.

Negli anni '80 e '90, inizialmente la Cina si integrò nel mercato come subappaltatrice dei trust occidentali. Divenne l' "officina del mondo " che offriva al capitalismo internazionale una classe operaia giovane, istruita ma sottopagata, forte di centinaia di milioni di membri. Esportava prodotti tessili e componenti elettronici, merci realizzate su incarico di multinazionali occidentali o giapponesi, oppure componenti integrati in prodotti fabbricati da tali multinazionali straniere. Oggi, una parte consistente dell'apparato produttivo cinese rientra ancora nella catena del valore dominata dalle multinazionali occidentali, come nel caso di Apple, che continua a subappaltare in Cina gran parte della produzione dei propri telefoni. Ma il sostegno dello Stato centrale, delle province o delle amministrazioni comunali, nonché il protezionismo da essi messo in atto, in particolare imponendo joint-venture (società miste) tra imprese straniere e cinesi - obbligatorie per chiunque volesse fare affari nel Paese - hanno permesso a un certo numero di imprese di sviluppare il proprio ecosistema, acquisire le tecnologie e avviare le proprie produzioni. Lo Stato ha costruito così, consapevolmente e con pazienza, nel corso degli anni 2000 e 2010, quelli che ha definito «campioni nazionali», aziende in grado di competere con le loro omologhe occidentali, anche nel settore dei prodotti finiti e dell'alta tecnologia.

Il 14 e il 15 maggio Trump era accompagnato da una ventina di grandi imprenditori americani, selezionati perché tutti avevano controversie commerciali e questioni da risolvere con lo Stato cinese. Così Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, ha visto crollare quasi a zero le vendite dei suoi chip, essenziali per l'intelligenza artificiale, da quando l'amministrazione statunitense lo ha costretto a vendere in Cina solo versioni limitate. Lo Stato cinese ne ha approfittato per sviluppare un settore nazionale in grado di competere con Nvidia su una parte consistente della sua gamma di prodotti. Il capo dell'azienda statunitense Micron Technology, che commercializza altri tipi di semiconduttori, vede nei propri prodotti di fatto vietati dallo Stato cinese con il pretesto della sicurezza nazionale, una risposta alle barriere attuate dallo Stato americano contro l'importazione dei prodotti di Huawei. Nel complesso, è davvero difficile dire quali siano stati i risultati dei negoziati dietro le quinte, ma i capitalisti statunitensi, nonostante tutta la loro potenza, devono constatare ancora una volta che in Cina non possono fare ciò che vogliono.

La politica di contenimento dell'imperialismo

Quindi lo sviluppo degli anni '90 e 2000 si è trasformato in una rivalità che i dirigenti dello Stato americano hanno definito «sistemica», ritenendo di trattare con uno Stato che sfugge completamente al loro controllo e il cui sviluppo minaccia la loro posizione egemonica. Questa inversione di rotta nell'atteggiamento dell'imperialismo non risale a Trump, ma era già in fase di elaborazione nel 2007, sotto George Bush. Nel 2011, Obama attuò una «svolta strategica» trasferendo una parte consistente delle forze militari statunitensi in Asia, dove era necessario incanalare, arginare e contenere la Cina, secondo le parole consacrate dai dirigenti imperialisti. Gli Stati Uniti intensificarono le pressioni contro quelle che consideravano intollerabili «riserve di caccia» cinesi. Inoltre rafforzarono le loro basi e le alleanze militari con Giappone, Filippine, Vietnam e Malesia. Da allora, gli Stati Uniti, in collaborazione con Francia, Regno Unito, Giappone e Australia, organizzano, al largo delle coste cinesi. operazioni denominate Fonops (acronimo di Freedom of Navigation Operations) con il pretesto di garantire la libertà di navigazione, che sarebbe minacciata dalla marina militare cinese. Ciò è la conferma che il concetto di libertà di navigazione assume un significato diverso a seconda dei mari in cui viene rivendicato...

Nel 2017, Trump ha avviato il suo Paese sulla via della guerra commerciale, tassando o vietando l'ingresso di una serie di merci negli Stati Uniti, come quelle prodotte da Huawei. Biden, presidente dal 2021 al 2025, ha modificato solo marginalmente la guerra commerciale avviata da Trump. Nell'ottobre 2022, il suo team affermava: «La priorità è mantenere il [proprio] vantaggio competitivo sulla Cina» e: «La Repubblica Popolare Cinese è l'unico concorrente che intende ridefinire l'ordine internazionale e che possiede, sempre più, il potere economico, diplomatico, militare e tecnologico per raggiungere i propri obiettivi.» (1)

Nel 2025, sin dall'inizio del suo secondo mandato, Trump cercò di intensificare la guerra commerciale, ma ottenne solo risultati marginali. A causa della debolezza e dei limiti del proprio mercato interno, molte aziende cinesi hanno trovato il modo di aggirare gli ostacoli alle loro esportazioni insediandosi in Messico, Brasile, Vietnam o Ungheria, come fa ad esempio la casa automobilistica BYD. Inoltre hanno individuato altri sbocchi commerciali in Asia, America Latina e Africa. In merito alle restrizioni statunitensi sulle esportazioni verso la Cina di prodotti sensibili, lo Stato cinese ha reagito intensificando gli sforzi per sviluppare filiere nei settori dei semiconduttori, delle auto elettriche e della robotica. Infine, sebbene in un numero certamente limitato di settori, l'arena di questa concorrenza sono i mercati internazionali e non più solo il mercato interno - sul quale le imprese cinesi, come nel caso delle auto elettriche, hanno in parte soppiantato i loro concorrenti occidentali.

L'esportazione di capitali cinesi

Poiché la Cina esporta capitali alcuni sostengono che sia diventata una potenza imperialista paragonabile alle vecchie potenze occidentali giunte allo stadio imperialista descritto da Lenin nel 1915. Questo criterio, tuttavia, non è sufficiente. Singapore, Hong Kong e il Lussemburgo esportano dieci, venti volte più capitali pro capite all'anno rispetto agli Stati Uniti, senza che ciò trasformi questi territori in potenze imperialiste. Quando Lenin delineava l'imperialismo come lo stadio supremo del capitalismo, descriveva nazioni in cui la libera concorrenza aveva ceduto il posto ai monopoli, in cui la banca e l'industria si erano fuse, la borghesia si era trasformata in un'oligarchia finanziaria e faceva dello Stato il proprio strumento per conquistare il mondo. La spartizione economica e territoriale, la colonizzazione e il militarismo, le guerre contro i popoli e quelle tra imperialismi andavano di pari passo con l'esportazione di capitali. Se questi tratti dell'imperialismo sono ancora propri degli Stati Uniti, della Francia, della Gran Bretagna, dell'Italia o del Giappone, non appartengono o almeno non del tutto alla Cina.

La Cina non ha sempre esportato capitali: gli investimenti diretti all'estero (IDE), ovvero i capitali in uscita dal Paese, sono rimasti marginali fino all'inizio degli anni 2000. Tra il 2001 e il 2016, in seguito all'ingresso della Cina nell'OMC, il valore di questi capitali in uscita dalla Cina è salito alle stelle. Infatti, all'epoca Pechino spingeva le sue imprese statali (le SOE) a garantire i propri approvvigionamenti di materie prime e ad acquisire tecnologie all'avanguardia. Le esportazioni di capitali sono cresciute molto rapidamente fino al 2016, anno in cui hanno raggiunto un picco storico di circa 196 miliardi di dollari. Prima lo Stato cinese e poi le potenze occidentali, per ragioni che approfondiremo più tardi, hanno posto fine a tale impennata e, dal 2017, il volume di questi IDE ristagna tra i 150 e i 190 miliardi di dollari all'anno. Per fare un confronto, gli IDE in uscita dagli Stati Uniti sono più del doppio di quelli della Cina, compresi tra 350 e 400 miliardi di dollari all'anno, proprio come la somma totale di quelli dell'Unione europea e del Regno Unito. Gli IDE in uscita dal Giappone, paese il cui carattere imperialista non lascia dubbi a nessuno, sono leggermente inferiori a quelli della Cina.

Infatti, se si rapportano i capitali esportati alla popolazione dei paesi in questione, la Cina si colloca ben più in basso, tra il 30° e il 45° posto a livello mondiale, poiché i capitali in uscita dal paese ammontano a una cifra compresa tra 100 e 135 dollari all'anno pro capite, contro gli 800-1 500 degli Stati Uniti, di Germania, Francia e Giappone. Il Brasile e l'India, dal canto loro, mobilitano per l'esportazione tra i 15 e i 30 dollari all'anno pro capite, ben dietro alla Cina.

Infatti la Cina rimane, sotto molti aspetti, un paese povero che può svolgere un ruolo nella concorrenza mondiale solo attraverso il proprio Stato, capace di ricavare da ciascuno dei suoi abitanti alcune decine di dollari, mentre i paesi imperialisti ne ottengono dieci volte di più. Il ruolo dello Stato è centrale per quanto riguarda l'esportazione di capitali: salvo rare eccezioni, non sono le imprese private a partire alla conquista del mondo, bensì aziende pubbliche che realizzano infrastrutture all'estero e si assicurano l'accesso alle fonti di materie prime. Tutte queste operazioni avvengono sotto il controllo dello Stato, che negozia con questo o quel Paese, concede prestiti e organizza il mercato. È proprio questa capacità di centralizzazione dello Stato che permette alla Cina di posizionarsi nettamente in testa alla classifica dei Paesi poveri.

Un paese povero ma centralizzato e di dimensioni sufficientemente rilevanti

Sebbene lo Stato cinese mobiliti solo da 100 a 135 dollari pro capite all'anno, la dimensione della sua popolazione rende il volume totale dei capitali esportati paragonabile a quello di molte potenze imperialiste. Ed è proprio questo il problema per loro .

Ad esempio, lo stesso Golfo Persico è diventato un importante terreno di scontro economico tra gli Stati Uniti e la Cina, e questo già prima della guerra contro l'Iran. In pochi anni, la Cina ha conquistato una posizione, che vent'anni fa non si sarebbe potuta immaginare, in questo mercato delle monarchie petrolifere, favorito dalle ricchezze che vi sono concentrate. In due decenni, la Cina ha investito quasi 270 miliardi di dollari in Medio Oriente, con una spiccata intensificazione degli investimenti tra il 2014 e il 2023. Nel 2025 Pechino ha immesso persino più capitali degli Stati Uniti, ovvero quasi 20 miliardi di dollari nel solo settore edilizio dell'Arabia Saudita, ad esempio. Le compagnie petrolifere cinesi hanno investito nella produzione di gas del Qatar e sviluppato oleodotti, porti e siti di stoccaggio un po' ovunque nella regione. Negli Emirati Arabi Uniti, diverse imprese cinesi stanno costruendo la nuovissima rete ferroviaria. Investimenti di questo tipo si riscontrano in molti paesi, in Egitto, in Marocco e, naturalmente, in Iran.

Diversamente dagli investitori dei paesi imperialisti, le imprese cinesi non agiscono in modo autonomo, ma rimangono sotto tutela; la loro politica viene discussa nei vertici dello Stato e del PCC e, se necessario, i loro dirigenti sono rimossi con il pretesto della lotta alla corruzione. Quindi è stato innanzitutto lo Stato cinese a frenare bruscamente nel 2017 il flusso di capitali in uscita, preoccupato dalla natura di questi investimenti all'estero. Infatti, a quel tempo grandi conglomerati privati contraevano prestiti ingenti presso le banche statali cinesi per acquistare beni prestigiosi ma non strategici: squadre di calcio europee, catene di hotel di lusso o studi cinematografici a Hollywood. Quindi Pechino avrebbe temuto che l'indebitamento di questi gruppi privati minacciasse la stabilità delle banche pubbliche cinesi. Frenando questi investimenti di prestigio, lo Stato intendeva anche riportare all'ordine una parte della borghesia cinese che cercava, attraverso questi IDE, di mettere al sicuro i propri capitali all'estero, in dollari o in euro, al di fuori del raggio d'azione delle autorità. Nell'agosto 2017, il Consiglio di Stato cinese ha pubblicato una direttiva che vietava o limitava gli investimenti all'estero nell'industria bellica, nel gioco d'azzardo, nel settore alberghiero o ricreativo e nei club sportivi, ma incoraggiava quelli diretti verso le infrastrutture delle Vie della Seta, l'alta tecnologia e il settore energetico.

Resisi necessari a causa di un'economia capitalista già soffocata all'interno dei propri confini nazionali, questi investimenti sono consistiti in gran parte nel concedere prestiti a Stati come il Pakistan, lo Sri Lanka, la Malesia, il Venezuela, il Kenya e molti Stati del Medio Oriente... consentendo loro di finanziare opere infrastrutturali a un prezzo più vantaggioso rispetto a quello delle imprese americane, europee o giapponesi. Infatti, in cambio, questi Stati, spesso trascurati dalle imprese dei paesi imperialisti, affidano tali progetti a quelle cinesi, anche a costo di far pagare gli oneri di tali prestiti alla propria popolazione. La Cina utilizza così i miliardi della Via della Seta come una carta di accesso che le permette di controbilanciare le imprese occidentali e di avvicinarsi politicamente a un certo numero di paesi dell'Asia e dell'Africa.

La reazione imperialista

Gli investimenti cinesi all'estero hanno suscitato il timore nelle potenze occidentali di perdere i propri fiori all'occhiello industriali nazionali. Già dal 2018, hanno iniziato a erigere barriere normative come raramente avevano fatto in precedenza. Negli Stati Uniti, il Congresso ha ampliato notevolmente i poteri del CFIUS, il comitato incaricato di vagliare gli investimenti stranieri. Quest'ultimo ha sistematicamente bloccato le acquisizioni di aziende tecnologiche statunitensi e ha persino costretto gli investitori cinesi a rivendere quote acquisite anni prima. Allo stesso modo, nel 2019, l'Unione europea ha istituito il suo primo quadro di valutazione degli investimenti diretti esteri. Germania, Francia e Regno Unito hanno inasprito le leggi nazionali, bloccando diverse acquisizioni di aziende nel settore dei semiconduttori o della robotica.

Questo doppio blocco ha completamente ridisegnato la mappa degli investimenti cinesi all'estero. I flussi verso l'Europa e il Nord America sono diminuiti, mentre i capitali si sono riorientati verso il Sud-Est asiatico, l'America Latina e il Medio Oriente: verso paesi più poveri attratti dai prezzi e dalle agevolazioni di pagamento cinesi. Oggi, lo stock degli IDE cinesi ammonterebbe a 3 000 miliardi di dollari, poco meno dei 3 600 miliardi detenuti dalle potenze occidentali nella sola Cina.

Concorrenza commerciale e interventi militari

Per i capitalisti occidentali, i mercati e gli investimenti all'estero sono fondamentali, al punto da spingere i loro Stati a fare la guerra per difenderli. Ma finora le offensive commerciali dello Stato cinese non si sono concretizzate in un maggiore interventismo militare. L'imperialismo statunitense, d'altra parte, dispone di oltre 700 basi militari al di fuori degli Stati Uniti e sarebbe intervenuto militarmente all'estero 150 volte dall'11 settembre 2001. Allo stesso tempo, la Cina ha acquisito una sola base al di fuori dei propri confini, a Gibuti, e non ha condotto alcuna guerra di invasione né alcun bombardamento all'estero. La sua proiezione militare internazionale si è limitata al quadro dell'ONU e alla tutela dei propri interessi economici, mentre il ricorso alla forza rimane concentrato nella sua periferia, nel Mar Cinese, intorno a Taiwan e nel Ladakh, al confine con l'India.

Ciò non significa che gli interessi cinesi non siano stati lesi in qualche luogo del pianeta. Così, la destituzione di Maduro in Venezuela e la guerra degli Stati Uniti contro l'Iran sono anch'esse colpi inferti agli interessi cinesi. Tuttavia, la Cina non ha inviato armi al regime iraniano per aiutarlo a difendersi. E sebbene abbia subito le conseguenze economiche del blocco dello stretto di Ormuz, si è limitata a cercare soluzioni per aggirarlo.

Ovviamente, lo Stato cinese non è più pacifico di qualsiasi altro Stato borghese del pianeta. Ha certamente un numero nettamente inferiore di mezzi in confronto all'imperialismo americano, ma è reale, e lo dimostra regolarmente. Ma è evidente per i suoi dirigenti che una reazione militare da parte sua, in un qualsiasi luogo del pianeta, lo collocherebbe sullo stesso piano dell'imperialismo occidentale e danneggerebbe il suo sviluppo commerciale, dal momento che la Cina rimane fortemente dipendente dalle sue esportazioni. I dirigenti cinesi preferiscono promuovere ciò che chiamano «multilateralismo» di fronte all'aggressività dell'imperialismo.

Grazie alla potenza del proprio Stato e a una classe operaia formata da centinaia di milioni di lavoratori, la Cina, che rimane un paese povero sotto molti aspetti, è riuscita a sviluppare un'importante borghesia, a potenziare i propri centri urbani e molte infrastrutture, nonché a esportare capitali. Per quanto riguarda l'imperialismo, poiché il suo dominio non è più diretto come ai tempi delle colonie ciò ha permesso alla Cina di avere spazi per potersi inserire. Ha quindi conquistato posizioni commerciali in Asia, in Africa, in America Latina e in Medio Oriente. Tuttavia, queste non sono sostenute da una presenza militare e rimangono precarie, soggette ai rapporti di forza.

Quali prospettive?

È chiaro che, per i leader statunitensi, l'ascesa della Cina sul piano economico rappresenta una minaccia: quella di essere, tra 10, 20 o 30 anni, soppiantati dai capitalisti cinesi che si imporrebbero sul pianeta così come essi stessi hanno fatto in passato, quando hanno preso il sopravvento sui loro concorrenti europei a metà del XX secolo. Devono, perciò, cercare di contrastare una simile evoluzione. È da verificare però se riusciranno a trovare i mezzi politici e militari per farlo.

Il futuro mostrerà se gli sviluppi a cui stiamo assistendo sono l'inizio di una nuova guerra mondiale, ma in questo scontro tra Stati Uniti e Cina i rivoluzionari non possono rimanere neutrali. A proposito della guerra sino-giapponese del 1937, Trotsky scriveva: «Se il Giappone è un paese imperialista e se la Cina è vittima dell'imperialismo, noi sosteniamo la Cina. [...] La vittoria del Giappone significherà l'asservimento della Cina, la fine del suo sviluppo economico e sociale e il terribile rafforzamento dell'imperialismo giapponese » (2). Oggi, una vittoria dell'imperialismo sulle potenze che lo contestano farebbe regredire il pianeta di decenni. Bisogna auspicare la sua sconfitta e, in ogni caso, sperare che non abbia i mezzi per vincere. A prescindere dalla solidarietà con i popoli vittime dell'aggressione imperialista, i rivoluzionari devono schierarsi dalla parte dei paesi aggrediti. Dovrebbero sostenere anche la Cina se questa fosse, a sua volta, bersaglio delle aggressioni dell'imperialismo, che persegue la sua logica di riaffermazione del proprio potere sul pianeta.

Naturalmente, un simile atteggiamento da parte dei rivoluzionari non può bastare. L'evoluzione verso una guerra mondiale di cui non si riesce ancora a intravedere tutti i contorni non è solo il prodotto dell'aggressività americana, ma è il segno dell'impasse in cui è giunto lo sviluppo capitalista, della sua decadenza e della crisi in cui è impantanato. Si tratta di un'impasse sanguinosa per l'umanità. Ma il futuro di questa non può nemmeno essere incarnato dal regime cinese e dal suo «comunismo», che non è altro che un capitalismo nazionale che lo Stato cerca di regolamentare. Solo il ritardo storico della rivoluzione proletaria può spiegare l'importanza che tali regimi nazionalisti hanno potuto assumere oggi, al punto da apparire ad alcuni come gli eroi dell'anti-imperialismo. Occorre porre fine al sistema imperialista nel suo insieme, in quanto organismo di dominio del capitale finanziario sull'intera economia umana, per procedere verso un'economia collettiva e pianificata su scala planetaria. Solo il proletariato rivoluzionario può realizzare un tale obiettivo. Lo sviluppo della Cina ha fatto emergere una classe operaia di oltre 700 milioni di proletari, di cui più di 400 milioni di operai, che hanno interessi comuni con i lavoratori di tutto il mondo. Questa è la migliore garanzia per il futuro. I militanti rivoluzionari non devono solo saper prendere posizione nei conflitti attuali; il loro compito principale è quello di costruire partiti operai comunisti e un'Internazionale rivoluzionaria, capaci di lottare in piena indipendenza di classe per abbattere il capitalismo e tutti i regimi che, a vari livelli, sono strumenti della classe borghese.

14 maggio 2026

(1) Documento strategico sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ottobre 2022.

(2) Lev Trotsky, Lettera a Diego Rivera sulla guerra sino-giapponese, 23 settembre 1937.

Articolo tradotto da "Lutte de classe" n° 257 - Luglio-Agosto 2026